Prologo

Papà, come le chiudono le banane?”. All’età di quattro anni mia figlia cominciò a interrogarsi sull’origine delle cose che vedeva intorno a se tentando di distinguerle – appunto – in naturali e artificiali. E alla mia spiegazione sulle banane aggiungeva “ah, ho capito: nascono, vivono e muoiono”. Oggi, con gli avanzamenti della genetica temo che nascere, vivere e morire non sia più il segno di un’origine del tutto naturale nel senso che intendeva mia figlia.  Piuttosto che cercare di orientarci all’interno della dicotomia, della contrapposizione ontologica tra due termini che danno origine a un tormentone epocale e a distinguo sempre più discutibili, chiediamoci quando abbia avuto origine l’idea di dividere l’esistente in due categorie opposte cui attribuire diversa valenza etica. Torna spesso nei miti delle origini e nella letteratura classica e pre-classica il tema di una realtà celata e superiore, invisibile ma attiva, che muoverebbe le cose in modo incomprensibile all’uomo. Il pensiero magico attribuisce intenzioni e finalità a tutte le cose, animate e inanimate, tutte obbedienti a forze occulte che sarebbe bello conoscere per poterle dominare ma sulle quali non si formulano giudizi in quanto accettate come superiori. Studi scientifici suggeriscono che questa propensione del pensiero – riscontrabile in tutte le culture primitive – così diffusa da divenire cultura dominante e lasciare profonde tracce anche nella contemporaneità, dipende dalla struttura stessa del nostro cervello che si è evoluto trovando vantaggiosa in termini di sopravvivenza e di chance riproduttive – almeno nelle condizioni di primo sviluppo della nostra specie – l’interpretazione finalistica degli eventi, la visione teleologica della realtà. Una sorta di genetica anticipazione della dietrologia e dell’andreottiano “a pensar male spesso ci si indovina”. La propensione a pensare in modo magico anche oggi – epoca in cui dovremmo aver maturato una maggior consapevolezza dei nostri meccanismi mentali – si trasforma in “bias cognitivi” ovvero – come dicono gli specialisti –  in  pattern sistematici di deviazione dalla norma o dalla razionalità nel giudizio. Non ce la facciamo proprio a non pensare che le cose ce l’abbiano con noi, non riusciamo a giudicare che una determinata sequenza sfortunata sia frutto del caso piuttosto che di una volontà ostile o di una maledizione! Non a caso prosperano guaritori, indovini, santoni e religioni. Non a caso ci si affida così spesso alla sorte o nelle mani di presunti poteri superiori preferendo, al discernimento responsabile del pensare il cieco affidarsi ad entità inconoscibili e all’irresponsabilità del credere. Uno dei residui più fuorvianti del pensiero magico riguarda l’accanita e ideologica esaltazione della contrapposizione tra naturale (i.e. buono) e artificiale (i.e. cattivo). Come dicevamo in apertura è infatti comune a molti miti fondativi l’idea di una antica età dell’oro, un periodo ormai perso in cui tutto era buono, la vita dolce e l’uomo non ancora condannato a industriarsi per vivere (a guadagnarsi il pane col sudore della fronte). Ecco bella che formulata l’idea secondo cui la natura primigenia, intatta, incontaminata viene inevitabilmente corrotta dall’artificio umano che eredita dal peccato originale la condanna a produrre artifici malefici.

Il tema

Come vedete stiamo speculando sull’insoddisfacente, se non del tutto errata, contrapposizione – peraltro consueta e familiare – tra natura e artificio, tra elementi naturali e dispositivi artificiali. Nella cultura diffusa sembra che tale distinzione sia chiamata a svolgere un ruolo fondamentale. Ci si sente a proprio agio solo dopo aver appurato cosa, del nostro habitat, sia naturale e cosa sia invece prodotto – direttamente o indirettamente – dall’azione dell’uomo. Dell’uomo – già – perché come accennato il vero agente dell’artificialità sarebbe proprio lui. Proprio lui sarebbe stato a porre fine ad un’originaria e mitica età durante la quale nulla giungeva a turbare l’ordine naturale delle cose (1). Si dà insomma per scontato che una differenza, addirittura una contrapposizione, tra natura ed artificio esista e sia rilevante. Una volta accettata l’esistenza di tale idea ricevuta, dobbiamo prendere atto della particolare fortuna critica di cui da molto tempo gode. La frequenza delle citazioni ne ha fatto un luogo comune del pensiero e di fatto una realtà scontata. È inoltre del tutto integrata, in questa visione comune, la percezione di aver subito una perdita. L’umanità sente che introdurre nel mondo l’artificio comporta la perdita di una precedente condizione, migliore, ormai irrecuperabile. La mitologia classica dà conto di tutto ciò con la vicenda di Prometeo, del fratello Epimeteo e di Pandora (2) . Secondo il mito sarebbe lo stesso emergere dell’umanità dalla condizione ferina, la nascita del pensiero umano, l’atto del pensare, del “riflettere prima” ad introdurre il seme dell’artificialità – e quindi la corruzione – nel mondo naturale (3) . Non dissimile il tema contenuto nel mito cristiano del paradiso perduto che descrive la perdita dei privilegi come conseguenza di una presa di coscienza, di un atto di indipendenza e dell’allontanamento dalla legge ricevuta da un dio-natura. Queste, e forse molte altre storie, esprimono lo stesso dramma di coscienza di un’umanità che, nel suo progredire, nella sua coazione a progredire sente tuttavia di tradire qualcosa della sua originaria natura, del suo stato primigenio e conserva, nonostante tutto, il senso del proibito e della trasgressione. Con un qualche gusto per il paradosso si potrebbe dire che la produzione di artefatti, attività nella quale primeggiamo come specie, porti con sé, in modo assolutamente naturale, il relativo senso di colpa (4).

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(1) L’età dell’oro fu evocata per primo dal poeta greco Esiodo che la descriveva ne “Le Opere e i giorni” come il periodo di “un’ aurea stirpe di uomini mortali” dai quali discesero gli dei che vivono sull’Olimpo. Gli uomini vivevano in pace, liberi da ogni fatica e al riparo da ogni pericolo, nutriti dalla generosa terra che procurava loro ciò di cui avevano bisogno. Il furto del fuoco ad opera di Prometeo segnò la caduta dell’uomo.

(2) Prometeo (in greco antico Προμηθεύς, Promethéus, “colui che riflette prima”). Nella storia della cultura occidentale, Prometeo è rimasto simbolo di ribellione e di sfida alle autorità e alle imposizioni, e così anche come metafora del pensiero, archetipo di un sapere sciolto dai vincoli del mito, della falsificazione e dell’ideologia. Rubando agli dei e donando all’uomo il fuoco (primo indispensabile elemento per la costruzione di dispositivi artificiali) Prometeo dà inizio alla tecnologia.

(3) Il mito di Pandora (da Wikipedia) Zeus, infuriato per il furto del fuoco divino commesso da Prometeo, decise di punire questi e la sua amata creazione: il genere umano. Prometeo venne incatenato ad una roccia ed ogni giorno un’aquila gli divorava il fegato: l’organo ricresceva durante la notte e così, la mattina successiva, il tormento riprendeva. Per punire gli uomini, Zeus ordinò ad Efesto di creare una bellissima fanciulla, Pandora, alla quale gli dei offrirono grazia e ogni sorta di virtù. Ermes, che aveva dotato la giovane di astuzia e curiosità, venne incaricato di condurre Pandora dal fratello di Prometeo che nel frattempo era stato liberato da Eracle, Epimeteo. Questi, nonostante l’avvertimento del fratello di non accettare doni dagli dei, sposò Pandora, da cui ebbe Pirra. Ella recava con sé un vaso regalatole da Zeus, che però le aveva ordinato di lasciare sempre chiuso. Ma, spinta dalla curiosità, Pandora disobbedì: aprì il vaso e da esso uscirono degli spiriti maligni che erano i mali del mondo: la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia ed il vizio, che si abbatterono sull’umanità. Sul fondo del vaso rimase solo la speranza che non fece in tempo ad allontanarsi prima che il vaso venisse chiuso di nuovo. Prima di questo momento l’umanità aveva vissuto libera da mali, fatiche o preoccupazioni di sorta, e gli uomini erano, così come gli dei, immortali. Dopo l’apertura del vaso il mondo divenne un luogo desolato ed inospitale, simile ad un deserto, finché Pandora lo aprì nuovamente per far uscire anche la speranza, l’ultima a morire, ed il mondo riprese a vivere.

(4)-  [Genesi 4,16-24] La malvagia discendenza di Caino – “16 Allora Caino si allontanò dalla presenza dell’Eterno e dimorò nel paese di Nod, ad est di Eden. 17E Caino conobbe sua moglie, ed ella concepì e partorì Enok. Poi Caino costruì una città, a cui diede nome Enok, dal nome di suo figlio. 18E a Enok nacque Irad; Irad generò Mehujael; Mehujael generò Methusael; e Methusael generò Lamek.19E Lamek si prese due mogli: il nome di una era Ada, e il nome dell’altra Tsillah. 20E Ada partorì Jabal, che fu il padre di quelli che abitano sotto le tende e allevano il bestiame. 21Ora il nome di suo fratello era Jubal, che fu il padre di tutti quelli che suonano la cetra e il flauto. 22Tsillah partorì anch’essa Tubal-cain, l’artefice di ogni sorta di strumenti di bronzo e di ferro; e la sorella di Tubal-cain fu Naama. 23Poi Lamek disse alle sue mogli: «Ada e Tsillah ascoltate la mia voce; mogli di Lamek, fate attenzione alle mie parole! Sì, io ho ucciso un uomo perché mi ha ferito, e un giovane per avermi causato una lividura. 24Se Caino sarà vendicato sette volte, Lamek lo sarà settanta volte sette»”. Secondo l’odierna onomastica, non è affatto chiaro attraverso quali trasformazioni si sia generato il doppio nome, Tubal-Cain. Il biblista Gordon Wenham suggerisce un’antica tradizione secondo cui il nome “Caino” significa “fabbro” (anticipando, quindi, le osservazioni circa la sua capacità di lavorazione dei metalli).

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Architetti, urbanisti, designer… siamo tutti “malvagia discendenza di Caino” proprio per il nostro produrre artefatti che, ferrigni ed aspri, portano con sé l’idea dell’offendere, del ferire, dunque del male. Albio Tibullo: nella sua elegia (1, 10) così lamenta:

Quis fuit, horrendos primus qui protulit enses?
Quam ferus et vere ferreus ille fuit!
Tum caedes hominum generi, tum proelia nata,
Tum brevior dirae mortis aperta via est.

Chi per primo inventò le orribili spade?
Quanto fu feroce, veramente di ferro quell’uomo!
Così per il genere umano ebbero inizio le stragi, ebbero inizio le guerre; così si schiuse la strada più breve d’una morte violenta.

 E per citare un cantore nazionalpopolare a noi più vicino: Celentano con “Il Ragazzo della Via Gluck”:

Eh no,
non so perché,
perché continuano
a costruire, le case
e non lasciano l’erba
non lasciano l’erba
non lasciano l’erba
eh no,
se andiamo avanti così, chissà
come si farà
chissà….

In tempi recenti la maledizione si abbatte non solo sugli artefatti fisici, ma seguendo l’avanzamento tecnologico si estende ai domini della fisica, della chimica e della biologia. Siamo alle soglie di una seconda presa di coscienza e nel timore di una seconda cacciata, questa volta non tanto da un paradiso, quanto piuttosto da una valle di lacrime.

Ma è anche possibile ragionare in altro modo. Molti sono gli animali costruttori: dai coralli alle api e le termiti, dai castori ai ragni. Per ultimo sopraggiunge l’uomo: il grande costruttore-distruttore. È possibile che gli strenui difensori della contrapposizione natura-artificio esaltino oltre misura la posizione, già privilegiata, dell’uomo nel regno animale. Un po’ più tecnologico, senz’altro più preso di sé e dei propri problemi, più autocosciente (forse), ma tra lo spontaneo sviluppo di alcuni aggregati umani, quelli primitivi da Mesa Verde a Matera fino alle contemporanee Tokyo, Mumbay o Lagos, e gli artefatti collettivi delle specie prima nominate è davvero possibile individuare una differenza tale da giustificare per i nostri prodotti la creazione di una apposita categoria: “l’artificiale”? Nel giudizio non si dovrebbe tener conto solo del dislivello tecnologico. Nessuno nega la diversa capacità e complessità della fabbrica umana rispetto alle altre, ma siamo sicuri che l’accertato divario tecnologico comporti necessariamente una differenza ontologica? Che cioè dalle differenze quantitative sia legittimo inferire l’esistenza di una diversità qualitativa? Tutto sommato per centinaia di migliaia di anni l’uomo non si è differenziato poi così tanto dagli altri primati né i suoi strumenti primordiali apparivano molto più sofisticati. Ed anche la consapevolezza, l’autocoscienza di cui meniamo gran vanto non è in grado, neppur oggi, di dar conto di molti macrofenomeni contemporanei che palesemente sfuggono al nostro controllo consapevole e alla nostra volontà. Basti pensare alle crisi del mercato finanziario globale o allo sviluppo delle megalopoli, ai conflitti perduranti e i flussi di migranti, all’effetto serra… più in generale all’assenza di controllo su quasi tutti i meccanismi globali da noi stessi avviati. Forse dovremmo guardare con maggiore disincanto al modo molto relativo in cui la specie umana governa il proprio destino e riconoscere che i suoi percorsi sono influenzati più dal caso che dall’intenzione.

Tale riflessione, piuttosto che demoralizzare e frustrare incauti sogni di gloria, dovrebbe spingerci ad esprimere umilmente una maggior fratellanza con l’insieme delle specie viventi con cui condividiamo limiti che presumevamo di aver trasceso. Sembra proprio che il nostro destino sia di rinnovare all’infinito il peccato di superbia. Se superbia fu un tempo domare il fuoco, diventare fabbri e artefici, oggi può darsi che superbia sia l’attribuire alla produzione dei cosiddetti artifici una indipendenza dal flusso naturale delle cose, una capacità di andare contro natura che presume una libertà di cui non disponiamo. Evoluti, tecnologici, incoscienti e sciagurati quanto si vuole, ma pur sempre nella natura, parte di essa; ogni nostro derivato non può che essere della natura anch’esso. Anche il più temuto tra gli OGM o l’olocausto nucleare non possono che essere dentro la natura. Niente può esserne al di fuori. Forse l’unico autentico peccato-artificio della nostra specie è la presunzione di poter sfuggire alle leggi di natura, di essere in grado di  emanciparsi dalla Grande Madre, o addirittura di poterla gestire.

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