Argomento di questo blog, come il nome lascia intuire, è la progettazione o almeno quella parte della progettazione che – un po’ grossolanamente e tanto per intenderci – possiamo definire di tipo tecnico-artistico o creativo nelle sue espressioni materiali e immateriali e nei più diversi campi di applicazione.
Campi che si estendono dal disegno delle strutture fisiche del nostro habitat a quello della comunicazione multisensoriale e al controllo dell’interazione tra mondi reali e mondi virtuali.
Attività razionale, tecnica, se non proprio scientifica, ma anche espressiva, che richiede sensibilità e cultura (la si potrebbe persino definire “artistica”) che coinvolge l’intero arco delle facoltà umane e in grado di influire su tutto il sistema ambientale e le forme di vita che lo animano.
Progetto delle cose quindi, ovvero un discorso intorno alla progettazione delle cose. Omaggio esplicito ad un personaggio: Livio Lucrezio Caro che fu a un tempo scienziato, filosofo ed anche poeta, cioè umanista.
Lucrezio, con la sua opera intorno alla natura delle cose che il titolo del blog richiama, è l’iniziatore di una battaglia – o quantomeno di una resistenza preventiva – contro la tendenza, destinata nonostante lui a rafforzarsi nei secoli e nei millenni, verso la separazione di scienza e arte, di tecnica ed estetica, di razionalità ed intuito. Insomma verso quella sorta di inflazione che ha afflitto e continua ancora oggi ad affliggere i vari ambiti speculativi dell’uomo allontanandoli gli uni dagli altri fino a indurre la presunzione che possano vivere distinti e separati a formare presìdi specifici, specializzati e indipendenti. Il rischio concreto, non sappiamo se ancora evitabile, è quello di un uomo disarticolato tra le sue diverse facoltà e sempre più lontano da un’armonica ricomposizione verso una figura umanistica integrale.
“di là Jahveh li disperse sulla faccia di tutta la terra
e cessarono di costruire la città. Per questo si chiamò Babel,
perché là Jahveh confuse la lingua di tutta la terra”
Gen. 11, 8, 9
Che l’umanità si debba misurare con la confusione sembra quindi deciso sin dall’inizio dei tempi, così come pare che un destino caotico debba affliggere equamente linguaggio e costruzione, scrittura e città. Tuttavia non è il caso di indulgere in lamentazioni, riconosciamo la nostra condizione e cerchiamo le opportune contromisure. C’è molto da lavorare, c’è da modificare per quanto possibile un corso delle cose troppo spesso a noi sfavorevole, c’è da misurarsi con una natura indifferente alla nostra sorte che non perde occasione per dimostrarci come essere al mondo non comporti necessariamente anche l’essere desiderati o in qualche modo privilegiati.
Improbabile quello che Dostoevskij fa dire a un suo personaggio: “la bellezza salverà il mondo”, sembra piuttosto che la bellezza abbia il suo bravo daffare a salvare se stessa. Né possiamo condividere il “ la c’è la provvidenza” di quel dabbene di Renzo Tramaglino. Meglio, molto meglio, seguendo Lucrezio, comportarci da “homo faber fortunae suae”.