Insegnare non è un mestiere, non è un lavoro, è piuttosto una missione e chiede quindi una vocazione. Questo significa che si può anche “insegnare a insegnare”, ma in buona sostanza o si è vocati, portati, predisposti o sarà difficile andare molto oltre un’onesta, volenterosa mediocrità.
il buon insegnante è colui/colei che gode nel rapporto con i suoi discenti, che si diverte talmente a fare quello che fa, da non poterci rinunciare, da non porsi neanche il problema del riuscire o meno a comunicare, a instaurare un rapporto con gli allievi. L’esperienza mostra che la cosa più difficile per un docente è mantenere il corretto equilibrio tra spontaneità di comportamento e rispetto delle forme.
Il buon insegnante è empatico: gli basta guardare in faccia i suoi allievi per capire cosa passa per la loro testa. Quando parla capisce benissimo dalle loro facce se e quando la comunicazione si instaura. Sa benissimo cosa desiderano e trova il modo di far piacere loro anche quello che a rigore sembrerebbe non dover piacere o quello che dichiaratamente non piace (come ad esempio i giudizi di merito).
Il buon insegnante non si limita a comunicare con gli allievi, li affascina e li trascina. È rispettato da loro, gli riconoscono autorevolezza senza che debba esercitare alcun autoritarismo. Non instaura con gli allievi alcuna forma di cameratismo; non vuole negare né annullare la distanza e la differenza di ruolo che esiste tra lui/lei e loro. Al tempo stesso non è paternalista/materna nei loro confronti. Non è il loro genitore
Il buon insegnante è innanzi tutto, e prima di essere buon insegnante, una buona persona. Si offre trasparente alla percezione degli allievi, permette che vedano e capiscano la vita attraverso il suo stesso essere e modo di manifestarsi. E’ un esempio non solo di conoscenza della materia, ma di vita e di stile. Questo si manifesta a partire dalla puntualità, dall’onestà e dalla correttezza con la quale si rapporta con loro e con l’istituzione cui tutti appartengono.
Il buon insegnante non si pone il problema di cosa pensano di lui/lei gli studenti: da un lato non è rilevante, dall’altro lo sa benissimo, ma la cosa non lo muove minimamente. Questo si applica specialmente nel momento del giudizio di merito e dell’assegnazione dei voti. La peste dell’insegnamento sono i docenti che – consapevoli della propria mediocrità – cercano assoluzione tramite una ipocrita magnanimità applicata ai giudizi: “Sono buono con voi così voi sarete buoni con me nelle vostre valutazioni”.
Il buon insegnante non è colui che conosce meglio la materia di insegnamento. L’esperienza ci ha fatto incontrare molti esperti di grande valore del tutto inadatti all’insegnamento, oppure inadatti all’insegnamento ad alcuni livelli e adatti per livelli diversi. Ovviamente deve conoscere la materia, ma non tanto da dimenticare come era lui quando non la conosceva così come non la conoscono gli allievi. Questo lo aiuterà a capirli e a trovare il modo migliore per aiutarli.
Il buon insegnante non è spocchioso, non si considera troppo sapiente, troppo intelligente, magari anche sprecato e frustrato per l’insegnamento e non soffre per le “inadeguatezze” degli studenti. Non li accusa di essere ignoranti, stupidi, demotivati ecc. Sa nella sua schiettezza ed umiltà che non esistono cattivi studenti, ma solo cattivi docenti.
Il buon insegnante sa che chi riceve di più nel rapporto con gli allievi sarà proprio lui/lei. Se per caso non lo capisce vuol dire che non è un buon insegnante. Chi insegna non è un altruista che si dona, è un vampiro che impara, che succhia nozioni, esperienza, vita ed energia dai giovani allievi.