Nella Sala dei Papi in Santa Maria sopra Minerva, si è svolto recentemente un incontro tavola rotonda promosso da Giovanni Papi, artista e critico da lungo tempo sollecito delle sorti della cultura moderna e contemporanea e delle ricadute di questa sul nostro ambiente di vita, in particolare su quel particolare e complesso ecosistema che oggi un po’ burocraticamente viene definito Roma Capitale.

Il tema in discussione era proprio il futuro prossimo della città capitale. E a partire da questo aggettivo: “capitale” – forse avventatamente sostantivato – si può ragionare sulla condizione presente e sulle prospettive future di una città la cui importanza sembrerebbe dover essere vitale (appunto capitale) ma che tuttavia appare infelice e sofferente al punto da non poter esprimere quell’orgoglio e quella sicurezza del proprio valore che da una città capitale ci si aspetterebbe. Perché questa città un tempo Caput Mundi è oggi spenta e depressa nonostante le ricche mandrie postpandemiche di turisti che l’attraversano con l’occhio vacuo del placido bove e nonostante l’appassionata e trepida attesa di ulteriori prossime mandrie giubilanti?

Giulio Carlo Argan nella sua introduzione al catalogo della mostra “Roma Interrotta” tenutasi nel 1978 ai Mercati Traianei ha scritto: ”Roma è una città interrotta perché si è cessato di immaginarla e si è incominciato a progettarla (male)”. Ma a chi il compito di immaginarla? Chi ha il diritto e magari anche il dovere di immaginare una città? Forse i suoi cittadini, cioè chi ci vive? Chi ci lavora, anche se pendolare? La sua intellighèntzia: gli intellettuali, gli artisti? Chi ne possiede porzioni materiali: case e terreni? Chi ci specula e ci guadagna, chi governa o i connazionali tutti nel caso di una Capitale? I visitatori, i forestieri? Qual è il soggetto legittimato a immaginare una città di oggi e oltretutto in grado di far sì che il suo immaginario si realizzi?

È notizia di questi giorni che Gualtieri, attuale primo cittadino, quarantacinque anni dopo “Roma Interrotta” tenta di dare risposta alla questione sollevata dal suo ormai lontano (in tutti i sensi) predecessore incaricando non proprio un’archistar, quanto piuttosto una starlette di capitanare una squadra di young architects per disegnare il futuro di Roma. Se Sisto V non ebbe difficoltà alcuna ad incaricare il Fontana del grande piano di ridisegno della città, non così è andata a Gualtieri la cui iniziativa ha già sollevato un vespaio che staremo a vedere come finirà.

Finché le città hanno avuto dimensione ancora percepibile, a misura d’uomo – come suol dirsi – (e un Principe illuminato) diciamo fino all’epoca di Camillo Sitte, si può considerare che il presidio della Forma Urbis fosse – indirettamente – dei suoi cittadini, tanto della loro realtà esistenziale quanto del loro immaginario o inconscio collettivo gestito poi – nei fatti – dal potere costituito. Ma oggi la condizione è infinitamente più complessa e tanto più nel caso di Roma che andrebbe forse più propriamente chiamata Città Capitali (al plurale) essendo numerosi e diversi i poteri variamente costituiti che l’hanno eletta a loro sede e se ne contendono il territorio condizionandone la vita e contribuendo in modo determinante a dissolverne la forma.

Il primo millennio della storia di Roma ha visto la città assurgere progressivamente a centro politico militare ed economico, cioè imperiale, e il suo dominio estendersi all’intero Mediterraneo e a tre continenti. Città cosmopolita, caotica, promiscua, ma aperta e inclusiva, cosciente di sé e del proprio potere, dotata quindi di un forte immaginario in grado di definirne la forma. Forma di cui oggi rimangono testimonianze che costituiscono forse la più alta e universalmente riconosciuta eredità culturale ed artistica di cui la città dispone.

Il secondo millennio della storia di Roma, anzi i successivi 1500 anni dopo la caduta dell’Impero hanno visto la città divenire e consolidarsi – tra avventurose e alterne vicende – centro di un potere temporale dalle fortune e dai confini variabili nel tempo collegato e dipendente da un potere spirituale progressivamente affermatosi a scala universale, fino a divenire capitale morale per oltre un miliardo di persone nel mondo. La struttura stessa della città di Roma dal medioevo al XIX Secolo fu immaginata e realizzata dai papi inseguendo l’immagine della Gerusalemme Celeste articolata secondo direttrici determinate dal sistema delle Sette Chiese (a sostituire la storia pagana dei sette colli). Ancora oggi il carattere prevalente che si percepisce nel Centro Storico di Roma è dato – oltre che dalle rovine dell’area archeologica centrale, anche dall’ubiqua presenza del linguaggio adottato a rappresentarne la sacralità: il barocco delle sue chiese, delle piazze e dei palazzi. Dopo la perdita nel 1870 del potere temporale ormai circoscritto all’interno delle Mura Leonine, il papato ha continuato ad esercitare la sua influenza universale non solo sul piano spirituale e politico, ma anche – in particolare per quanto riguarda la Roma attuale – su quello economico con proprietà finanziarie ed immobiliari di grande rilievo come puntualmente descritto da Insolera nel suo fondamentale “Roma Moderna”.

Dopo il 1871 la decisione del neonato Stato Italiano di spostare la capitale a Roma segnerà l’insediamento del terzo potere sul corpo della città, quello che imbriglierà il Tevere all’interno dei muraglioni, che edificherà i nuovi complessi dei ministeri, dei tribunali, che occuperà i più prestigiosi palazzi del centro storico come sedi del governo e del parlamento, che fonderà ex novo i quartieri intensivi per ospitare i funzionari della burocrazia sabauda; che trasformerà la placida e sonnolenta Roma del Papa Re, ricca di belle ville chiuse tra muri, in densi quartieri residenziali per la piccola e media borghesia avviando anche, per la prima volta a Roma, uno sviluppo di aree produttive industriali e l’insediamento di quartieri operai.

Questo terzo potere nazionale insedierà nella città ormai capitale oltre all’apparato burocratico amministrativo, anche il braccio armato con caserme in pieno centro e forti e batterie all’esterno, nel territorio solo parzialmente edificato.
Il resto è il risultato di logiche complesse per le quali è difficile distinguere opportunità, necessità e diritti. La Roma attuale appare quindi come luogo di convergenza, di intricata sovrapposizione e di conflitto tra diritti e poteri diversi, ciascuno portatore di varie (a volte anche opache) legittimità.

Nessuna città – come Roma – sperimenta la stretta convivenza col suo passato remoto che vede il centro occupato – appunto – dalla preziosa Area Archeologica Centrale, unica al mondo, patrimonio dell’umanità e principale motivo di fama e di attrattiva. Si tratta di un valore assoluto e irrinunciabile, di cui mai nessuno si priverebbe, ma che nella quotidianità della vita cittadina chiede anche non pochi sacrifici. L’archeologia è un bene esigente: in sua presenza il tumulto della città contemporanea deve arrestarsi, restare sospeso. Il carattere volgare, ingombrante e tossico della moderna circolazione meccanizzata deve interrompersi e questo incide sulla vita della città. La presenza sotto l’intero sedime di Roma moderna della Roma imperiale ha reso finora impossibile la costruzione di una rete metropolitana degna di tale nome. Ruderi e monumenti costituiscono una ricchezza inestimabile il cui rispetto e tutela impone perimetrazioni, limitazioni e accortezze anche estese all’intorno.

La morfologia del tessuto urbano rinascimentale e barocco, costellato di monumenti e palazzi insigni, ma monumento esso stesso nel suo complesso, con le strade strette e irregolari, mal si concilia con le caratteristiche della mobilità contemporanea e tuttavia rimane ambitissimo e congestionato contenitore di funzioni rappresentative e di attività direzionali. Anche la doverosa opera di mantenimento delle testimonianze storiche con opere di restauro e manutenzione aggiunge vincolo a vincolo sia con occupazioni del suolo pubblico e condizionamenti alla viabilità, sia come inquinamento visivo per cui è oggi pressoché impossibile avere un’immagine integra della Roma storica sia per la proliferazione di gazebi, strutture avventizie prodotte dalla estroflessione sullo spazio pubblico delle attività commerciali, sia a causa del numero e della frequenza dei cantieri in corso di manutenzione e restauro, delle recinzioni, dei ponteggi e delle gigantesche immagini pubblicitarie che le ricoprono.

La Roma umbertina, come viene definita la città postunitaria, e la sua espansione “alla torinese” protratta almeno fino al 1911 (data dell’Esposizione Universale in occasione del cinquantenario dell’Unità) si dispone a saldatura intorno al centro storico barocco e archeologico con un tessuto più regolare e sezioni stradali più larghe, ma anche questa area urbana è sovraccaricata, oltre che dalla presenza puntuale di ulteriori testimonianze storiche e monumenti, da eccessivi contenuti direzionali e la conseguente invadenza dei mezzi meccanici in sosta a sclerotizzare l’intera rete viaria.

Archeologia, Barocco ed espansione postunitaria costituiscono il corpo di quella che viene definita “Città Storica” obiettivo pressoché esclusivo del turismo internazionale (quindi di pullman e alberghi) ma anche degli apparati dello Stato col Parlamento, il Senato, il Governo e le pervasive funzioni connesse: ministeri e sedi diplomatiche di tutto il mondo; del Vaticano, che come proprietario esclusivo fino al 1861 di quasi tutta la città, conserva milioni di metri cubi di proprietà immobiliari nei luoghi più pregiati, solo in minima parte dedicati al culto. Notevoli estensioni urbane sono anche monopolizzate da “limiti invalicabili” che perimetrano attività militari (a includere stranamente anche le abitazioni dei dipendenti che di militare hanno poco).

Se a questi ingombranti abitatori della città capitale si aggiungono anche banche, istituti finanziari e multinazionali economicamente significative, nonché gli impedimenti aggiuntivi dovuti alla sicurezza per cui ogni potenziale obiettivo di attentati si traduce, per il cittadino, in decine e decine di metri di strada interdetta con vigilanza armata, abbiamo un quadro approssimato degli spazi urbani residuali a disposizione dei cittadini, degli individui comuni “non organizzati in gruppi di potere”.

Se spostiamo l’attenzione alle aree del semicentro e della periferia vediamo emergere anche un altro soggetto in certa misura pre-potente sulla struttura urbana: il tifo sportivo (che esige e fornisce l’alibi alla speculazione) che pretende la realizzazione di megastrutture non propriamente necessarie, di gran lunga meno affascinanti del Colosseo ma in grado di monopolizzare grandi aree e paralizzare la vita di interi settori urbani in occasione di eventi.

Non si tratta solo di occupazione fisica di parti di città, ma dell’intera riconfigurazione dei diritti dell’individuo che restringe la possibilità di fruizione della città per le persone normali, per l’uomo della strada esterno ai suddetti poteri. Per chi può – infatti – le regole a cui tutti dovrebbero essere soggetti appaiono sospese. Sorvolando sulle esigenze dello Stato e dei suoi apparati indispensabili (che però in ragione della loro dimensione macroscopica sarebbe opportuno non gravassero sulla città storica) non si capisce perché proprietà religiose, sedi diplomatiche e aree “militari” ad uso civile debbano godere di uno statuto speciale che permette loro di agire in deroga alle leggi urbanistiche e usare –in definitiva anche abusare – del patrimonio urbano.

Può avvenire così che il “villaggio azzurro” eretto sul sedime dell’ex aeroporto di Centocelle si insedi sopra i resti della villa romana Ad Duas Lauros tranciandola addirittura in due con un poderoso quanto incongruo e “invalicabile” muro di cinta in c.a. posto a strenua difesa delle palazzine di civile abitazione dei dipendenti dell’Aeronautica, con la Soprintendenza che, in ossequio all’Arma, rinuncia a far valere le sue (e le nostre) prerogative; oppure che la Sede centrale della Guardia di Finanza di Viale XXI Aprile, pregevole opera moderna del primo Arnaldo Foschini, ampliata poi in linguaggio razionalista, un tempo dotata di ampi spazi per verde e sport, sia diventata una gated community ancora una volta per alloggi dei dipendenti saturando completamente tutta l’area disponibile con abitazioni pluripiano in spregio ad ogni principio di tutela storica e ambientale e di ogni rispetto della norma urbanistica. Ma gli esempi sono innumerevoli a marcare sempre più la distanza tra i padroni della città e il semplice cittadino.

Come da antica tradizione storica Roma si desta dal suo sonno ipnotico in coincidenza con grandi eventi. In questi momenti le sue trasformazioni accelerano, un tempo erano le occasioni in cui la città acquisiva nuova forma, come nel caso del Piano sistino e del Giubileo del 1600. Oggi – poiché nessuno è più in grado di immaginare una forma futura per Roma – diventano occasioni per i colpi più ferali alla sua integrità, sia fisica che morale. Questi sono i Giubilei, sempre più ravvicinati tra loro (un tempo ogni 33 anni, poi ogni 25, in epoca recente con l’invenzione di quelli straordinari ogni qualvolta un papa decida di far cassa col business del turismo confessionale) le Olimpiadi o i Mondiali di Calcio (l’altra grande religione contemporanea).

In queste occasioni si assiste all’occupazione – manu religiosa, o manu tifosa – dell’intera Città, capitale di un soi disant stato laico e razionale, da parte di un’entità straniera ospite invadente come anche – in occasioni puntuali – da parte dell’altrettanto invadente tifoseria da stadio o da megaconcerto rock. Certo l’invadenza religiosa è più strutturale e i suoi danni permanenti: per il Giubileo del 2000 anche l’integerrimo e severo Soprintendente Adriano La Regina dovette piegarsi alla ragion di stato vaticana permettendo che il progetto di una inutile megastruttura di parcheggio multipiano sotto il Gianicolo si sovrapponesse alla “Villa di Agrippina”, domus imperiale del II secolo. Ironia della sorte questa volta gli avidi manager vaticani che dotarono il megaparcheggio di ristoranti e negozi di lusso contando su lucrosi affari (data l’esenzione dall’IVA per “extraterritorialità”!) vedono la struttura vuota perché i turisti preferiscono il più economico panino e gli autisti dei pullman continuano a parcheggiare gratis intasando la rete stradale pubblica.

Trasferire simbolicamente il pregio di una sede in centro storico (magari un magnifico palazzo del XVI secolo con sale affrescate, statue, scalee e cortile porticato) alla propria immagine istituzionale fa gola alla politica, alla finanza e a ogni altra entità che puote ciò che vuol, magari estendendo il dominio sullo spazio pubblico circostante con parcheggi riservati o anche per semplici motivi di sicurezza. Tutti noi abbiamo grande rispetto per le istituzioni repubblicane, i poteri costituiti e le entità simboliche di cui Roma abbonda, ma è evidente come tutte siano propense ad allargare senza remore la sfera della loro influenza sul corpo della città.

Palazzo Chigi, come sede del governo, monopolizza transennandola l’intera piazza Colonna non più disponibile neanche per i pedoni; il Parlamento transenna sul fronte l’intera Piazza Montecitorio, e sul retro quella che porta il suo nome nonché tutta la rete stradale circostante costringendo l’intera pedonalità del centro storico a lunghi giri viziosi senza potersi avvicinare a importanti monumenti. Il potere privato delle grandi compagnie dal suo canto non è da meno: anche qui solo pochi esempi: L’edificio ex Unione Militare sul Corso ora di proprietà del marchio internazionale H&M esibisce orgogliosamente in copertura una incongrua sopraelevazione vetrata in forma di blob firmata da un’archistar che forse Roma non meritava e che per un comune mortale sarebbe un semplice abuso edilizio. I Benetton, favoriti chissà perché con un prezzo stracciato dall’INPS, forse come premio per la loro mirabile condotta tenuta nei confronti del Ponte Morandi, stanno ora facendo trasformare a Bulgari in Hotel superlusso un fabbricato appena acquisito, dei due progettati da Ballio Morpurgo che definiscono Piazza Augusto Imperatore. Da qui alla privatizzazione del Mausoleo di Augusto e dell’area circostante il passo potrebbe essere breve.

Potremmo continuare a lungo. Fino alla seconda metà del Novecento: ai tempi di Rosi e del film “ Le mani sulla città”, ma anche dell’epica lotta oltreoceano di Jane Jacobs contro l’urban renewal alla Moses era facile individuare il “nemico” contro cui battersi (speculazione, pianificazione verticistica e non partecipata, urbanistica dirigista…) ma oggi con chi prendersela? E come organizzare – se non proprio inversioni di tendenza – almeno forme di dissenso dal momento che la città è occupata con soddisfazione da tutti i poteri e ad esserne espropriata è solo la moltitudine dei singoli cittadini?
BT giugno 2023


Jane Jacobs e Bob Dylan: “listen, Robert Moses”

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