Oso evocare un termine scomodo: hübermensch (oltreuomo o superuomo) che, pur originato dalle più nobili aspirazioni Nietzschiane, si colora sinistramente nelle accezioni abusate della retorica nazista-razzista. Questa ambiguità ci introduce – del resto – alla più generale ambiguità di un altro interrogativo che penso diverrà sempre più centrale: “è più degno, più rispettoso della vera natura umana, quindi più nobile il lavoro oppure l’ozio e il gioco?”
Johan Huizinga aveva offerto una lettura della nostra società sub specie ludi ponendo in evidenza come praticamente ogni umana attività – anche la più seriosa e magari tragica – sia mossa dall’intento ludico: tutto a ben vedere è gioco. Già molti esponenti delle generazioni più giovani sembrano pronti ad incarnare questo modello, complice una società che fa di tutto per convincerli a proseguire nei giochi piuttosto che mettersi in un mare di guai tentando di essere seri e magari provare pure a rendersi utili.
E lecito pensare che Il vecchio detto “il lavoro nobilita” nel terzo millennio stia perdendo di senso. Se una volta chi non lavorava era preda dell’ozio – e quindi dei vizi – oggi si può usare il tempo libero in modo utile ed eticamente corretto sviluppando i propri talenti. Ciò non significa che non si debba lavorare (sono pochi quelli che possono permettersi di non farlo e forse – con l’aria che tira – tra non molto saranno pochi a permettersi di farlo), significa piuttosto che forse lavoro e dilettevole ozio potrebbero avere pari dignità, come Huizinga lascia intravedere con la possibile identificazione dell’uomo futuro – l’hübermensch appunto – con l’Homo Ludens.
Un rovello costante per chi si interroga sul proprio essere al mondo è la questione della dignità, della nobiltà di ciò che facciamo, delle scelte che si impongono e che nel tempo possono rendere la vita rispettabile e degna di essere vissuta oppure ignobile e priva di scopo. Amleto non sapeva risolversi se fosse più nobile sobbarcarsi la fatica e lo stress di una coerente opposizione alla miriade di storture che la vita ci mette davanti, o farla finita e lasciarsi andare a un atarassico, anestetico oblio.
Tradotto in termini meno eroici e più quotidiani si tratta di decidere se nella vita sia meglio mantenersi sempre tesi e pronti all’azione, al lavoro, alla fatica, alla mobilitazione intellettuale, all’impegno a discernere e prendere posizione, oppure togliersi dalle spalle il peso del mondo e disattivarsi godendo della conquistata irresponsabilità. Dov’è scritto che ci si debba sempre affannare? Perché non godersi quello che la vita può offrire limitandosi a fare solo ciò che ci va di fare e che procura godimento? Tutto sommato questi erano i patti iniziali: i nostri progenitori nel giardino dell’eden non erano tenuti a svolgere alcuna attività, ma solo a godersi il resort loro riservato. L’unica scelta che gli è toccato fare l’hanno pure sbagliata tant’è che da lì ha avuto origine la ben nota condanna loro – e ahimè anche nostra in quanto loro progenie – al lavoro forzato. Lavoro che – facendo di necessità virtù – viene addirittura promosso, per antica consuetudine, a via maestra per la dignità: c’è infatti (ancora) un generale consenso sull’idea che il lavoro nobiliti l’uomo, anche se smentito nei fatti da generazioni di nobili rampolli tradizionalmente alieni da ogni forma di impegno operativo. Noi lo abbiamo addirittura messo a fondamento costituzionale della nostra Repubblica. Ma come stanno realmente le cose?
Cerchiamo innanzi tutto di accordarci su cosa intendere per “lavoro”. Se fosse vera l’attribuzione della discussa frase sul lavoro che nobilita al buon vecchio Darwin, si, proprio a lui, il padre della teoria dell’evoluzione per selezione naturale, quello che – di agiata famiglia borghese – ha sempre campato di rendita e mai svolto un vero e proprio lavoro, verrebbe spontaneo dire: “da che pulpito viene la predica!”. Ma se campando di rendita, non svolgendo alcun lavoro remunerato e giocando con la Natura si riesce a scrivere “L’origine delle specie” tra i più radicali e rivoluzionari lavori scientifici dell’era moderna si può anche rivalutare quell’otium caro ai latini come valida alternativa all’operoso negotium. Se quindi “lavoro” resta ad indicare solo quell’attività – per lo più ingrata – svolta di fatto sotto il ricatto della pagnotta: “guadagnerai il pane con il sudore della fronte” si può legittimamente dubitare che sia proprio il lavoro ciò che nobilita. Di balle del genere ne abbiamo sentite molte, dal moralistico “l’ozio è il padre dei vizi” alla criminale ipocrisia: “Arbeit macht frei” di sinistra memoria. E se il distinguo vero – quello che ha senso fare – non fosse tra lavoro (remunerato) e ozio (nell’accezione dei latini e di Darwin) visto che anche questo secondo può risolversi in pubblica utilità, ma tra attività e inattività, tra mobilitazione delle sinapsi o loro anestetico disimpegno, tra messa a frutto delle nostre potenzialità speculative e creative o loro semplice vellicamento come si può ottenere dall’oppio, dai social media o dal leisure time spacciato da un mercato che lucra sul bisogno di disimpegno e di svago?
Bisognerebbe farla finita una buona volta con i luoghi comuni, i pregiudizi, le idées reçues ( il francese letterale esprime bene il condizionamento che il pensiero tradizionale gestito dal potere esercita sull’individuo). Non è il lavoro remunerato in quanto tale che può elevare l’uomo, cioè la vendita del proprio tempo e della propria energia vitale, piuttosto la capacità di gestire in autonomia il proprio intelletto applicandolo ad argomenti che lo stimolano, lo appassionano, lo divertono, con cui gioca (e che magari gli permettano, prima o poi, di riversare qualche beneficio sulla collettività). Messa così si potrebbero sdoganare persino il tempo perduto, il vagabondaggio mentale, la flȃnerie, se è vero l’aneddoto secondo cui Newton – che pure un lavoro propriamente detto l’aveva – avrebbe intuito la legge di gravitazione universale in un momento d’ozio, sdraiato sotto un albero a contemplare le mele cadenti.

P.S.
Poscritto dell’ultim’ora!
Sembra che le mie argomentazioni in difesa dell’ozio e del gioco, cioè dell’attività non remunerata siano state entusiasticamente accolte nientemeno che dal MUR (autorevole Ministero dell’Università e della Ricerca) che si è gettato a pesce – come suol dirsi – sull’opportunità con il seguente bando emesso l’8 marzo 2023 per la selezione di 15 esperti “ad elevata specializzazione” per un incarico a tempo pieno di 18 mesi prorogabili (quindi un negotium) a titolo gratuito (ah… allora un otium! Un otium a tempo pieno! Wow! Come resistere?). Requisiti richiesti per essere ammessi stringenti, selezione rigorosa…..
Newton, Darwin, Curie, Freud, Heidegger, Einstein, Levi Montalcini…se avete scorte per 18 mesi fatevi sotto:
Mesdames et Messieurs faites vos jeux e…
buon divertimento!