Se consideriamo il nostro rapporto col tempo sul piano individuale possiamo sinteticamente dire che si nasce e in quel momento il nostro tempo inizia, si vive ed esso scorre, al termine si muore ed esso termina con noi. Sul piano della specie cambia la scala temporale dilatandosi sino alla dimensione storica, ma non cambia la struttura del rapporto uomo-tempo. Quello che storicamente è cambiato e continua a cambiare è l’idea, il concetto di tempo. Da sempre ci si interroga circa la sua natura. Avvertiamo tutti la rilevanza che questa dimensione riveste per la nostra sorte. La consapevolezza di essere mortali, destinati a finire muove il tentativo di capire quali forme di resistenza opporre al destino, o almeno come venire a patti con tale realtà ineluttabile, quali compensazioni procurarsi per renderne meno dura l’accettazione. Insomma se la quantità di tempo a disposizione non è negoziabile, che lo sia almeno la sua qualità. Sui modi per conferire al tempo la qualità desiderata si esercitano da millenni riflessione e creatività non solo individuali: le varie culture hanno elaborato differenti approcci all’argomento dando luogo a visioni e correnti di pensiero diverse. Nel corso dei secoli è percepibile il progressivo spostamento da un’idea prevalente di tempo circolare, costituito dall’alternanza di cicli ricorrenti sul modello delle stagioni – idea ancora oggi largamente diffusa nel pensiero orientale – verso un’idea di tempo a sviluppo lineare che partendo da uno stato originario primigenio evolve verso una condizione di approdo finale. Questa concezione evolutiva è stata fortemente influenzata dalle religioni monoteiste della tradizione occidentale che hanno istituzionalizzato una visione del tempo articolato in tre stadi: un passato imperfetto sul quale non si può intervenire se non attraverso un presente di riscatto per propiziare un futuro di salvezza (peccato, espiazione, salvazione). Tale modello interpretativo è stato così potente e radicato da strutturare secondo questa visione ottimista lo stesso pensiero razionale alla base dell’intera cultura occidentale che infatti interpreta il processo conoscitivo come progressione da uno stato di ignoranza – il passato – attraverso un presente di ricerca, verso un futuro di progresso. Le culture classiche greca e romana hanno prodotto immagini personificate e deificate del tempo e dei suoi effetti sui mortali: Kronos, le tre Parche, Thanatos, le cui diverse attribuzioni lasciano trasparire la precoce sensibilizzazione sulla problematica connessa (tempo come risorsa finita, tempo assegnato, tempo divoratore, tempi buoni e tempi cattivi, tempo che ferisce e alla fine uccide) e una visione non propriamente consolatoria quanto virilmente consapevole dei limiti terreni posti all’umana natura. La visione teleologica del fluire temporale introdotta dal cristianesimo, sovrapponendosi e obliterando il lascito della visione greca inaugura una linea di fiducia nel progresso cui saremmo destinati. Da qui si generano i vari topoi tradizionalmente legati al tempo inteso come risorsa positiva innescati a partire dalle prime riflessioni di Agostino d’Ippona che già verso la fine del terzo secolo, nelle “Confessioni”, si arrovella in disperati e accorati tentativi di penetrare il mistero che avvolge il tempo raccomandandosi a un dio di cui invidia la natura sovratemporale:
13.16. “Tu invece sei sempre lo stesso, e i tuoi anni non si dilegueranno. Non vanno e vengono i tuoi anni, come fanno questi nostri, che se ne vanno tutti perché ciascuno possa venire. Stanno tutti insieme, i tuoi anni: appunto perché stanno lì e non se ne vanno, non si fanno cacciare da quelli che sopravvengono, non passano. Questi nostri invece ci saranno tutti quando non ce ne sarà più alcuno. Un solo giorno sono i tuoi anni, e il tuo giorno non è ogni giorno, ma oggi, perché il tuo oggi non cede al domani, come non succede al giorno di ieri. L’oggi è l’eternità, per te: per questo generi coeterno quello a cui tu dici oggi io ti ho generato. Hai fatto tu ogni tempo e sei prima del tempo, e non c’è mai stato un tempo in cui non c’era ancora il tempo.”
Arrivando comunque a codificare la tripartizione del tempo che diverrà comune a tutta la civiltà occidentale, proprio quella che più aderisce alla percezione interiore permettendo ragionevoli comportamenti e che traspare anche dalle nostre consuete espressioni quotidiane:
(la trinità del presente)
20.26. “Almeno questo ora è limpido e chiaro: né futuro né passato esistono, e solo impropriamente si dice che i tempi sono tre, passato, presente e futuro, ma più corretto sarebbe forse dire che i tempi sono tre in questo senso: presente di ciò che è passato, presente di ciò che è presente e presente di ciò che è futuro. Sì, questi tre sono in un certo senso nell’anima e non vedo come possano essere altrove: il presente di ciò che è passato è la memoria, di ciò che è presente la percezione, di ciò che è futuro l’aspettativa. Se ci è permesso dir così, vedo i tre tempi e ammetto che siano tre. E si dica pure che sono tre, passato, presente, futuro, come è abusata consuetudine: a me non importa, non oppongo né resistenza né rimproveri, purché si capisca ciò che si dice – che ciò che è futuro non è, come ciò che è passato. Raramente infatti parliamo con proprietà di linguaggio e il più delle volte usiamo espressioni improprie, ma si capisce quello che vogliamo dire.”
giungendo infine alla conclusione, ancora del tutto attuale, che indipendentemente dalla reale natura e persino dall’esistenza o meno del tempo, esiste comunque un rapporto del tutto peculiare, interiore tra psiche umana (anima per Agostino) e tempo.
(il tempo e l’anima)
20-36. “In te, anima mia, misuro il tempo. Non frastornarmi coi tuoi “cosa? come?” Non frastornare te stessa con la folla delle tue impressioni. In te, dico, io misuro il tempo. Sì, l’impressione che le cose passando producono in te rimane quando le cose son passate: è questa che è presente, non quelle, che son passate perché lei ne nascesse. È questa che misuro, quando misuro il tempo. Il tempo è lei – o non è il tempo quello che misuro.”
Conseguenza naturale della visione che così prende piede in occidente già dall’Alto Medioevo fino almeno all’800 è l’affermarsi della fiducia nel progresso lineare a partire dal passato e dalle sue acquisizioni come testimoniato dalla nota frase attribuita a Bernardo di Chartres:
“noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’acume della vista o l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.”
Fiducia ne: le magnifiche sorti e progressive garantite da un tempo galantuomo gestito dalla provvidenza: “La c’è la Provvidenza!” dice Renzo ne “I Promessi Sposi” dando in elemosina ai questuanti i pochi soldi rimastigli in tasca, mostrando in tal modo una fiducia ingenua e supponente che Leopardi – precoce anticipatore dei temi della modernità – stava già irridendo ne “La Ginestra” stigmatizzando le fallaci attese di un’umanità che si crede destinata ad un futuro glorioso e protetto da una natura benigna, mentre rischia ad ogni passo di venir da questa cancellata. In effetti con l’approssimarsi al ‘900 il clima culturale e la stessa concezione di sviluppo progressivo lineare, anzi di coincidenza tra futuro e progresso e di possibile armonia tra valori del passato, operosità presente e vantaggi futuri nelle azioni umane entra in crisi. Friedrich Nietzsche sembra addirittura ribaltare l’ammirazione di Bernardo di Chartres per le acquisizioni del passato quando nella sua Seconda Considerazione inattuale “Sull’Utilità e il Danno della Storia per la Vita” considera che l’uomo ha da invidiare l’immemore animale il quale, nella sua condizione ferina, privato di ogni possibile conoscenza del passato (storia), vive irrimediabilmente ancorato al proprio presente:
“Considera il gregge che pascola di fronte a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia domani, salta di qua e di là, mangia, riposa, digerisce, salta di nuovo, e così dalla mattina alla sera, giorno dopo giorno, poco legato al suo piacere e alla sua svogliatezza, cioè al paletto dell’istante, e per- ciò né malinconico né annoiato. È doloroso per l’uomo vedere questo, perché egli si pavoneggia della sua umanità di fronte all’animale e, nonostante ciò, osserva con invidia la sua felicità, perché questo solo egli desidera: vivere come l’animale né annoiato né soggetto al dolore, e lo desidera vanamente, perché non lo vuole come l’animale. L’uomo domandò una volta all’animale: “perché non parli con me della tua felicità e ti limiti a guardarmi?” Anche l’animale voleva rispondere e dire: “è che dimentico costantemente ciò che volevo dire”, ma dato che dimenticò anche questa risposta e tacque, l’uomo se ne meravigliò. Egli si meraviglia anche di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di rimanere attaccato al passato: per quanto possa correre lontano o velocemente, la catena corre con lui.”
Un vero e proprio elogio dell’oblio! Si tratta di segnali utili per esplorare i modi di quel rapporto tra psiche e tempo già individuato da Agostino. Ad abbandonare ogni fiducia in un’accezione positiva dell’idea di progresso W. Benjamin scrive in “Angelus Novus”: 22 23 “C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.” Sulla stessa linea di sensibilità verso i possibili danni derivanti da una invadente presenza del passato J. L. Borges nel 1942 pubblica un racconto “Funes el memorioso” il cui protagonista: un ragazzo di nome Ireneo Funes, dopo aver subito un incidente cadendo da cavallo, contrae una patologia per la quale è condannato a ricordare tutto ciò che vede, sente, pensa in modo totale, assoluto: “Noi, in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini d’una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata d’un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici: ogni immagine visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche ecc. Poteva ricostruire tutti i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia.” Altri autori, a noi più vicini, hanno posto in evidenza aspetti legati ai modi di fluire del tempo richiamando l’attenzione su pregi e difetti dell’accelerazione impressa agli eventi dall’attuale sviluppo tecnologico, a volte sostenendo le ragioni di un ritorno d’interesse al passato. Memoria individuale e storia intesa come memoria collettiva sono in effetti i primi strumenti – non privi di controindicazioni – di cui disponiamo per trattenere nel presente parti di passato, armi per la resistenza al trascorrere del tempo. La memoria trattiene eventi e dati relativi ad un tempo trascorso, rendendoli virtualmente presenti nell’attualità. Facoltà tipicamente umana senza la quale nessun meccanismo psichico sarebbe possibile, permette una forma elementare di “viaggio nel tempo” nella forma di permanenza del transeunte. Non a caso la Biennale di Venezia del 1980 diretta da Paolo Portoghesi (che segnò l’avvio ufficiale della sperimentazione in chiave postmoderna dell’architettura) si intitolava: “La Presenza del Passato”. Altre volte si è postulata una moratoria, un rallentamento quale condizione per il recupero della dimensione umanistica, come Gillo Dorfles, che col suo “l’Intervallo Perduto” si sofferma sul concetto di intervallo e della sua perdita all’interno di un’opera e come interruzione che separa un’opera dal contesto. Modo di interrompere l’ascolto o la fruizione perduto nella nostra epoca, nell’esistenza quotidiana oltre che nell’arte, dominate dal veloce succedersi di eventi senza sospensione alcuna e senza tempo di decantazione, o addirittura una stasi, come Dino Buzzati che, con “Il Deserto dei Tartari”, mostra il fascino oscuro e la potenza poetica del tempo sospeso, dell’infinita attesa, della stasi temporale. Condizione affascinante e angosciosa dello sperimentare i confini di una dimensione esistenziale. Da quanto precede si comincia a intravedere una vera e propria possibile estetica del tempo, un corpus di forme del tempo quali possibilità espressive originate da operazioni sul tempo, su specifiche e intenzionali operazioni psichiche condotte manipolando la percezione temporale. Scienziati e filosofi hanno indagato e a lungo continueranno a interrogarsi circa la reale esistenza di tempo e spazio indipendentemente da accadimenti e da presenza di oggetti, ma ai fini di ciò che a noi più interessa, conviene aderire a quanto i sensi ci suggeriscono prescindendo da speculazioni di natura più sofisticata e correndo consapevolmente il rischio di ragionare su illusioni o sogni piuttosto che sulla realtà ultima, consapevoli che, ai nostri fini, comunque il risultato non cambia. La vita stessa, ogni suo atto, ogni sua manifestazione si esprime come movimento e variazione di stato nello spazio e nel tempo. Ma significativamente diversa è l’attrezzatura di cui noi animali senzienti siamo dotati per muoverci in queste dimensioni. La percezione dello spazio e le possibilità di movimento e dislocazione spaziale sono supportate da organi di cui la nostra fisiologia è dotata che permettono di orientarci e di “misurare” intuitivamente quantità, qualità e variazioni delle cose materiali. Il nostro sistema nervoso esperisce in molti modi la conoscenza dell’ambiente circostante, cioè degli oggetti dislocati nello spazio: vista, udito, tatto, percezioni sinestetiche di caldo/freddo… permettendoci di elaborare risposte e progettare modifiche. Conseguentemente interi settori della conoscenza e discipline scientifiche si sono sviluppate a studiare le qualità dello spazio sia in forma astratta e teorica che in varie applicazioni pratiche, tra tutte particolarmente centrali per l’opera del designer sono le discipline geometriche con le quali siamo soliti governare ogni definizione formale. Per quanto attiene alla dimensione temporale, alla sua percezione, alla sua definizione, alla possibilità di muoverci al suo interno, non sembra che la nostra specie disponga di organi preposti e questo crea qualche problema ed una evidente asimmetria nel nostro vivere spazio e tempo. Il tempo non si vede, non si sente, non si tocca, o meglio non possiamo vedere, sentire o toccare oggetti diversamente dislocati nel tempo. Potremmo dire che non riusciamo a valutare differenze temporali delle nostre esperienze finché queste non comportino evidenti variazioni negli assetti fisici (quindi spaziali) degli oggetti della nostra attenzione. Per fare un esempio io sto ora scrivendo nella mia stanza, appoggiato alla scrivania e vedo, a poca distanza, un cassettone, dei quadri, una finestra… mi è ben chiara – attraverso la vista, il tatto e in parte il ritorno acustico – la posizione nello spazio della stanza di questi elementi, essi non si sovrappongono, la loro realtà fisica mi appare perfettamente definita in qualità, quantità, colore ecc. Per valutare tutto questo e raccontarvelo ho impiegato alcuni istanti, un tempo breve, ma pur sempre un tempo, anzi, mentre guardavo il cassettone ho – per un istante – perso l’attenzione su scrivania e quadri, confidando di ritrovarli – come in effetti è successo – subito dopo al loro posto. Diverso sarebbe se riguardassi questa stanza tra dieci, cento o mille anni. Gli oggetti e poi anche la stanza presenterebbero mutamenti evidentemente percepibili. Diciamo quindi che mentre lo spazio sembra conservare una certa stabilità qualitativa nei tempi brevi e medi tali da permettere valutazioni attendibili, cioè lo spazio ci appare fermo, immobile, il tempo appare mobile, sfuggente, indefinibile, e tutto sommato irrilevante nel breve termine, mentre al contrario spietato negli effetti corrosivi sulla materia, irrecuperabile e inoperabile nel lungo periodo. Possiamo solo immaginare la diversa condizione di qualche specie aliena dotata di organi di senso specializzati per percepire e notare accuratamente il tempo così come noi facciamo per lo spazio, ma dubito comunque che potrebbero muoversi nel tempo dato 24 25 che questo significherebbe andare avanti e indietro, verso un prima o un dopo uscendo (?) dalla condizione verosimilmente obbligata del vivere nel presente. Torniamo quindi alle nostre percezioni: ho detto che non disponiamo di organi di senso specificamente preposti alla percezione delle dimensioni temporali, ma questo non vuol dire che non percepiamo il passare del tempo. In effetti il movimento del tempo (noi non possiamo muoverci nel tempo, ma il tempo sembra muoversi comunque inarrestabile e indifferente a noi) lo avvertiamo mentalmente integrando ed elaborando con i nostri meccanismi psichici i diversi messaggi sensoriali che ci raggiungono. Quello che facciamo quindi è interpretare – in modo del tutto soggettivo – la qualità del tempo formulando valutazioni empiriche sugli accadimenti intorno a noi. Come superamento di questa dimensione soggettiva e individuale convenzioni, regole e leggi sopraggiungono a definire standard unificati di valutazione dello “scorrere” del tempo così da permettere l’istituzione di calendari, orari e organizzazione delle attività sociali. Se può servire da ulteriore indizio circa la dissimmetria con la quale viviamo, sia individualmente che come società organizzata le dimensioni di spazio e di tempo, noto che mentre su aspetti legati allo spazio (e quindi alle dimensioni fisiche) di ogni tipo di risorsa: oggetti, beni, territori frequenti sono le interpretazioni e i sistemi di misura e notazione anche in contrasto tra loro (vedi sistema metrico decimale versus sistema sessagesimale, i vari metodi di proiezioni cartografiche…), sulla definizione dello scorrere del tempo e sul valore di ore, giorni, anni… non sembra esserci alcun dissenso, ma solo una sempre più ricercata precisione nella misurazione. Sembrerebbe che lo spazio sia percepito e giudicato quale dimensione conoscibile e operabile in modi plurimi mentre il tempo piuttosto quale fenomeno naturale inoperabile su cui sviluppare una conoscenza programmaticamente passiva. Privi come siamo – quindi – di organi di senso temporale sembra che piuttosto che affidato a sensori verso l’esterno come avviene per lo spazio, l’orientamento nel tempo sia questione tutta interiore demandata ai nostri meccanismi psichici. La percezione individuale del tempo assume modi intimi e nascosti mentre i cinque sensi presidiano i rapporti con l’ambiente esterno. In questo senso il tempo, la sua stessa concezione, la dimensione temporale sembra quindi dipendere da noi più di quanto non avvenga per le dimensioni spaziali che mantengono una realtà autonoma indipendentemente dai modi della nostra percezione. Se dal generico rilevamento dei fenomeni che collegano psiche umana e tempo ci spingiamo su un terreno più specialistico, e precisamente quello in cui si muovono artisti e designer, cioè coloro che sono chiamati ad operare creativamente nel presente effettuando scelte tese a favorire fruizioni future elaborandole alla luce di esperienze passate, ci imbattiamo nei modi molteplici in cui il fattore tempo e la sua interazione con la psiche può divenire uno strumento espressivo e dar luogo a vere e proprie tecniche di invenzione. Per chi opera nel progetto come atto creativo la questione del tempo, della sua natura difficile da afferrare, del suo potere, della sua influenza sui nostri atti e della sua operabilità è cruciale. Non a caso la stessa etimologia del termine “progetto”: dal latino PROIÉCTUS azione di gettare avanti, da PROJICERE porre e propr. gettare avanti, composto di PRO avanti e JÀCERE gettare (v. Gettare e cfr. Congettura) evoca la tensione verso un momento ancora da venire chiamando direttamente in causa il rapporto tra le tre dimensioni che del tempo ci appaiono: passato presente e futuro o, come senz’altro meglio ha detto S. Agostino, la loro presenza nel presente della nostra esperienza. Progettare – in qualunque campo si esplichi – chiede quindi di muoversi nel tempo oltre che – come ovvio – nello spazio. Se le cose stanno effettivamente così il progettista in quanto creativo avverte una spinta a impadronirsi dei paradigmi temporali per volgerli a suo favore, per farne uso nel suo laboratorio, per sfruttarne le potenzialità. Ma in questo ancora una volta emergono le differenze del nostro comportamento nell’uso progettuale del paradigma temporale rispetto a quello spaziale. Da ormai più un secolo siamo avvertiti della grossolanità implicita nel continuare a considerare spazio e tempo come entità tra loro indipendenti e della necessità – a voler essere rigorosi – di riferirsi piuttosto al continuo spazio temporale quadridimensionale, resta tuttavia possibile, alla scala dei fenomeni che riguardano la vita di tutti i giorni e in particolare il lavoro di chi esercita la propria creatività per risolvere problemi per mezzo del design, continuare a parlare di tre dimensioni dello spazio oltre la quarta che riguarda il tempo. Si potrebbe quindi concludere, sulla scorta delle testimonianze degli autori citati, con una attendibile ipotesi: siamo noi ad inventare il tempo, noi come individui, noi come società umana, noi come progettisti. Inventiamo il tempo per scopi organizzativi e per scopi creativi, per poterlo manipolare e per agire su noi stessi attraverso di lui. E quindi il progetto si configurerebbe come autentica time machine atta a permettere viaggi nel tempo psichico con azioni di accelerazione, rallentamento, inversione, annullamento ecc…a seconda delle diverse intenzioni espressive, operando sulla tradizione storica intesa come grande serbatoio di esperienze, acquisizioni, idee che, richiamate al presente, possono costituire la ricca eredità del progettista contemporaneo e una consistente base per i suoi contenuti, sulla memoria, da usare come strumento di accesso al thesaurus del passato e quindi alla conoscenza, ma anche sulla capacità di oblio (l’antimemoria) come strumento di selezione opportunistica dei ricordi ad evitare il peso paralizzante di un passato generico e troppo invasivo.
