È osservazione banale che il design, la progettazione, rispecchino condizioni, problemi, soluzioni della vita vista come condizione globale. Progetto ergo sum. Il fare appare come conditio sine qua non dell’esistenza. Tutti gli esseri viventi – la vita stessa – intervengono sull’ambiente circostante nell’intento di ottimizzare la propria condizione.
Questo sembra configurare un primato del fare sul non fare. FARE come condizione di vita, NON FARE come stato di non vita, di morte. Ma come avviene per tutti i fenomeni che conosciamo, si pone un problema di misura: quanto fare? Qual è il limite oltre il quale il fare si deve arrestare? Come individuare l’optimum tra azione e inazione? Tra attività e stasi?

Una prima risposta sembra poter essere: “dal momento che si agisce per soddisfare un bisogno, una necessità, l’azione deve cessare al raggiungimento della soddisfazione, della sazietà”. Ma a dimostrazione di quanto alcuni teorizzano e cioè che la natura sia contro di noi, intervengono altri fenomeni a complicare una questione in apparenza semplice: l’essere umano non sembra saziarsi facilmente, né di cibo, né di altro. Contrariamente ad altre specie animali infallibilmente guidate, determinate dall’istinto e dalla necessità, l’uomo è indeterminato cioè costretto a definire di volta in volta, nelle varie circostanze, quale sia l’equilibrio opportuno.

L’animale non può essere saggio o avventato, prudente o incauto, l’animale è esattamente ciò che la sua natura gli impone di essere. L’uomo può decidere, quindi deve decidere. La decisione, pur se influenzata dai residui istintuali e dalle varie considerazioni di opportunità legate al contesto, non si presenta quasi mai con profili di ineluttabilità tali da rendere la scelta obbligata. L’uomo decide tra diverse opzioni e come chi è libero di decidere può anche decidere per una scelta sbagliata (cioè per una scelta che i fatti – successivamente – riveleranno essere stata inopportuna). Mentre l’animale non ha memoria (non gli serve) l’uomo deve, sulla scorta dell’esperienza acquisita nel passato, prevedere scenari futuri così da effettuare le scelte che hanno maggiori probabilità di risultare propizie. Solo una previsione azzeccata permetterà di effettuare scelte efficaci. Ma come abbiamo detto la natura è contro di noi e lo dimostra ancora una volta frapponendo tra noi e la nostra felicità, il nostro successo altri ostacoli, altri trabocchetti.

Parlo in particolare dell’orizzonte temporale rispetto al quale calibrare l’equilibrio che cerchiamo. Ragionare su un equilibrio a breve termine, il “carpe diem”, porta a scelte di tipo ben diverso da quelle basate su considerazioni di lungo periodo. L’esempio più eclatante che viviamo drammaticamente sulla nostra pelle è quello del difficile equilibrio tra consumo di risorse ambientali dietro la spinta di necessità contingenti o loro preservazione per le generazioni future a discapito dei nostri bisogni attuali. Ma non è certo l’unico. Abbiamo appena passato un periodo in cui era d’attualità dover scegliere tra immobilizzarsi in un prudente distanziamento in relativa stasi anti contagio, oppure riaprire attività economicamente necessarie e piacevoli.

La contrapposizione tra attivismo operativo e propensione alla stasi, alla sospensione del fare hanno anche una indubbia valenza estetica. Fin troppo ovvio il richiamo al non finito michelangiolesco che noi oggi riconosciamo come denso di un fascino superiore e più “moderno” rispetto a quello delle opere perfettamente concluse e patinate. Il tema del non finito, dell’opera aperta, e quelli conseguenti dell’ambiguità e della polisemia, dell’enigma, del non compreso o del compreso a modo mio, dell’inconoscibile sono caratteri distintivi della contemporaneità.
A ben vedere si tratta di tematiche tutte connesse, più o meno, con la questione del fare sospeso, dell’interruzione di processi che vorrebbero raggiungere uno stato di completezza e che – per intenzione deliberata o per caso – non lo raggiungono. Sospensione del giudizio, sospensione della ricerca, resa all’impossibilità di raggiungere l’obiettivo. Persino gusto del mancato raggiungimento che poi in fondo è l’espressione dell’essere finito che prende coscienza e atto della sua finitezza e cessa di tendere all’infinito. Rivalutazione dell’idea di misura che caratterizzava la cultura dell’antica Grecia.

Non si tratta qui di difendere l’idea di azione, di intervento, di vitalismo o all’opposto di perorare l’idea di stasi, di inazione, di atarassia, quanto piuttosto di individuare i modi per il governo della loro dialettica al fine di intercettare il migliore tra gli infiniti stati di quasi equilibrio che la progettualità è in grado di elaborare. Tra i compiti che si possono intravedere per il futuredesign questa può porsi come prossima challenge: design come difficile arte del riequilibrio in una temperie squilibrata.

Lascia un commento

© 2023 Benedetto Todaro | Tutti i diritti riservati | Privacy&Cookie Policy | Powered by Irene Pretti – Grafica&Web